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Nella libreria, d’istinto, verrebbe da collocarla nella sezione “Fotografia”. Salvo rare eccezioni in cui le installazioni sono entrate a far parte del paesaggio urbano in modo permanente, unica loro memoria, infatti, sono rimasti gli attenti scatti fotografici che, giŕ con una nota nostalgica, testimoniano le titaniche imprese affrontate dall’artista.
Ma superato quest’iniziale tentennare, la monografia di Giancarlo Neri (Napoli, 1955) a pieno titolo viene collocata nella sezione “Arte”.
Sedie sul Mare - Baia di Positano - 1994 >
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Curata da Incontri Internazionali d’Arte e pubblicata da DRAGO Arts & Communications, č stata presentata il 1° dicembre, nella romana galleria OREDARIA Arti Contemporanee, dal presentatore per antonomasia Pippo Baudo -presenza curiosa spiegata da un personalissimo aneddoto dello stesso artista-, nonché da Ermanno Rea, Alfredo de Marzio e Graziella Lonardi Buontempo.
La presentazione del libro č stata altresě l’occasione per presentare un’edizione limitata di immagini delle sue installazioni fotografate da Nadia Magnacca e per la proiezione del video “How I got in & out of American Movies in two and half seconds”.
La pubblicazione, col dichiarato intento di raccogliere il lavoro di Giancarlo Neri dal 1982 ad oggi e di documentarne l’excursus iconografico, si apre con una chiacchierata -piů che un’intervista- di Ermanno Rea con l’artista che, con semplicitŕ assoluta, mostra cosě anche l’aspetto intimo e privato della sua vita come uomo e come artista.
Lette una dietro l’altra, le immagini delle grandi installazioni raccontano la genialitŕ e l’ironia tipicamente napoletane dell’artista che, come un folletto, salta sui tetti, sulle facciate di palazzi, fluttua sul mare, si affaccia dalle finestre, si scatena nei parchi, si impossessa di strade. Nell’introduzione della Lonardi Buontempo viene infatti sottolineato come Giancarlo neri “ha voluto intercettare con le proprie installazioni l’attenzione e la disattenzione di una societŕ di massa”. Se il nostro sguardo passa ormai indifferente su quello che č intorno, viene spiazzato dalla vista di destabilizzanti installazioni che, seppur nate nei luoghi in cui vengono realizzate e collocate in uno scontato contesto urbano, con le loro gigantesche dimensioni interrompono il conosciuto skyline cittadino e fanno sentire lo spettatore come Alice nel suo mondo di meraviglie. Altrimenti come ci si puň sentire di fronte a “Lo scrittore” (2003) a Villa Ada? O davanti a “153 Sedie” (1990), addirittura interpretate da alcuni passanti come un aiuto al vecchio Uomo Ragno? O vicino a "Sedie sul Mare” (1994)?
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